L’arte del “fare teatro” viene resa con il verbo “recitare”

In lingua italiana l’arte del “fare teatro” viene resa con il verbo “recitare”. Che io sappia siamo l’unico paese europeo. In inglese, recitare si traduce con “to play”, in francese con “jouer”.

Anche in romeno, recitare si traduce con gioco. “Va a giocare anche oggi?” mi chiedeva la mia collaboratrice domestica ogni volta che uscivo di casa. Pensavo mi prendesse in giro, in realtà traduceva letteralmente dal romeno la parola recitazione.

Siamo gli unici che ancora interpretano la nobile arte della recitazione con un verbo che ha lo stesso significato di fingere/rappresentare. Il teatro, però, è ben diverso.

Anzi, è vero l’esatto contrario. Il teatro è gioco. Anzi, gioco consapevole.

Il gioco è un bisogno imprescindibile dell’essere umano. Non è un caso che, nelle prime fasi della vita, ogni cosa sia mediata dal gioco. Da bambini anche l’apprendimento avviene attraverso il gioco dell’immedesimazione.

Ed è attraverso ciò che i bambini cominciano il loro percorso di consapevolizzazione alla vita. Non è un caso, infatti, che uno dei primi passi di un laboratorio teatrale sia proprio l’esercizio dell’autoconsapevolezza.

Attraverso la somministrazione di esercizi – giochi ben precisi, l’allievo inizia un percorso di autoconsapevolezza che lo aiuta a aiuta a riprendere il contatto con sè stesso, staccandosi dalla vita frenetica nella quale siamo immersi ogni giorno, imparando ad ascoltare cosa avviene dentro di sè, nel qui ed ora.

Esercitare l’autoconsapevolezza significa quindi prestare attenzione al dettaglio: alla respirazione, ai movimenti del corpo, ai fluidi che circolano al suo interno, alle emozioni che si percepiscono nel momento presente.